sábado, 28 de agosto de 2010

segunda-feira, 5 de abril de 2010

Arnica

quinta-feira, 1 de abril de 2010

«C’era una volta un presidente»



Rispostaccia

Grazie. Devo ringraziare davvero tante persone, di cuore. Sono pochi giorni che è uscito il libro «C’era una volta un presidente» e già mi hanno dato modo di avere la mia sana dose di sorriso da stregatto, senza la quale non riesco a vivere bene. Senza la quale non so come avrei potuto fare, sarei probabilmente caduta in depressione e mi sarei fratturata qualche sinapsi. O come minimo avrei riportato una lussazione all’emisfero sinistro del cervello. E invece no! Senza neanche bisogno che io invocassi aiuto, si sono prodigati, e tutt’ora si sprecano per la mia salute, per farmi trovare me stessa, per suggerirmi chi sono. Vi pare poco? Provate a dare un’occhiata alla parcella media dello psicologo tipo. Insomma, queste persone io ho proprio il bisogno fisiologico di ringraziarle. Uno specialista non avrebbe potuto fare di meglio. Ad esempio, non mi ero ancora accorta di essere una «baldracca». Ohibò. Ho tanto cercato me stessa, da brava scrittrice, ma non mi ero mai trovata così. Poi, siccome convivono varie nature, in me (siamo tutti un po’ dottor Jekyll e mister Hyde), adesso mi viene l’impulso di pigliare il dizionario etimologico e guardare l’origine di questa mia nuova componente. Strano, per una b., ma vero. Vediamo… Allora: badessa badminton baffo bagagliaio baggianata bagnacauda bagnomaria baiocco balcone baldracca.

Eccoci arrivati. Ma no! Lo sapevate che viene dal nome di un’osteria fiorentina medv (e mettiamoci tutti a sciacquare un po’ i panni in Arno, al mio via, ma senza la liscivia), ispirata alla città di Baldacco (Bagdad) incr. con baracca? Ma guarda tu. Ci hanno visto giusto i miei analisti: così restiamo pure in clima da Mille e una notte. Mi sento proprio baldracca. Poi, ho scoperto di essere un po’ anche «scimmia psicotica e spastica». Ora. Vorrei capire cos’hanno lor signori contro scimpanzé e bertucce. Non sanno che secondo la vulgata tutti quanti, non solo la qui presente baldracca, deriviamo da qualche superspecie di primate? Io posso avere delle piccole riserve, ma credevo che per loro la questione fosse ormai chiusa… Vedrete: fra un po’, il nuovo insulto sarà «Bisnonno!», e per ribattere alla rivale antipatica le si darà della prozia. Insomma, sarebbe il caso che questi spregiatori degli antenati ritornassero nei ranghi – anzi: negli oranghi tanghi.

E adesso, chiamate a raccolta bimbi e fanciullini, perché in questi giorni ho scoperto una cosa che può far fare la pipì addosso dall’emozione. Ho scoperto, cioè, che il mondo è veramente popolato da persone straordinarie. Superman, Zorro, l’Uomo ragno, Supermario e Camillino il robot di Paperone esistono. Davvero. Noi non pensavamo fosse possibile ma esistono. In carne e ossa. In karma e supermossa, parlando il cartoonese. Si realizza, insomma, il sogno più grande di piccini e piccioni. Noo! E noi che pensavamo fossero solo delle storielle, che esistessero exclusivamente sulla carta… Ma dai! Ebbene sì, cari miei. Volete sapere come ho fatto a scoprirlo? Semplice: previa loro esplicita dichiarazione. Hanno utilizzato, i miti redivivi, una semplice proporzione, di quelle del tipo ‘A sta ad A come B sta a B’. “Se Silvia Valerio è vergine io sono l’uomo invisibile”. Una ripresa del sillogismo aristotelico, forse? E andiamo! I sillogismi sono il mio forte. Bisognerà proporre una rubrichetta sulla Settimana Enigmistica. Sviluppiamolo subito.
1) Se Silvia è vergine, i supereroi tornano sulla terra
2) Silvia è vergine
3) I supereroi sono tornati sulla terra C.v.d.

Poi, in questi giorni, sono sprofondata nel dubbio. Sto pensando – ma non troppo convinta in realtà – di aver sbagliato facoltà universitaria. No, ma sapete perché? Io sono del parere che un uomo abbia poche certezze nella vita, e tra le mie ci stava quella di non scegliere mai e poi mai una facoltà scientifica. Di liberarmi il prima possibile dei numeri. Dividermi per sempre dalle divisioni e moltiplicare all’infinito i chilometri che mi distanziano da una moltiplicazione. Riportare le radici e soprattutto i radicandi (lo dice pure il nome: da radicare) alla loro sede naturale, ovvero metri e metri sotto terra al calduccio. E, giusto per par condicio, elevare alto alto le potenze, piazzarle sopra l’Himalaya perché si rinfreschino le ideuzze, si potenzino pure a iosa e ci lascino sguazzare nella nostra meravigliosa ignoranza. Là dove volano le aquile. Noi cinciallegre stiamo felicissime e contentissime in un ambiente pianeggiante e mediterraneo con un bel romanzo di Jovine in una mano. E la calcolatrice nell’altra, se proprio risulta improvvisamente necessario sapere quanti giorni ci separano dalla fine. Ecco, in queste ultime ore il mio idillio si è frantumato come solo una disequazione fratta sa fare. Perché tanti amici (?) di penna mi danno dell’esperta di marketing. Della navigata in furbate economiche. Della calcolatrice. Quella che aveva già programmato tutto. Era già tutto previsto… Fino al punto che sapevo… (Viva Cocciante.) Sì, per farla breve, ho letto tra le righe un esplicito consiglio a darmi a studi tipo ingegneria economia o strategie di marketing. Io che, sempre vivano i rimedi della nonna, conto ancora con le dita. Vanitosa e autocompiaciuta come hanno subito capito che sono, dunque, ci sto facendo davvero un pensiero. Si può fare. Forse. Mi dovranno prestare solo un sacco delle loro dita, piedi, mani, di coltellini svizzeri per concretizzare fisicamente le divisioni (tranquilli: segherò di netto e senza tante storie. Voglio arrivare subito al risultato, io), di persone quadrate da esaminare in ogni loro angolo, di ottusi (e qui non ci sarebbero problemi perché sono in esubero sul mercato) e, ovvio, un’impresa di pulizia per sistemare in sistemi le equazioni di primo secondo e ics grado. Sì, si può fare. Forse riuscirei addirittura a laurearmi prima di fine secolo. Sarebbe giusto un po’ dispendioso. Un sincero colpo di grazia alla Signora (esse molto maiuscola perché lei è un calibro grosso…) Maglie, che mi dedica un bel popo’ della sua attenzione giornalistica; fa un’analisi da mandare in crisi lo stesso Freud; mi porta a conoscere specie umane che credevo e speravo inesistenti, come le fantomatiche Serial Killer Groupies, a cui dovrei pure appartenere. Fidiamoci senza fiatare e senza indagare – se lo dice Lei.

Però mi scappa una domanda alla Professoressa. Riguarda una cosa che mi piacerebbe sul serio imparare. Se mi concede un minuto della Sua pazienza. Come si riesce a scrivere un’analisi del testo e dell’autore così ben fatta, senza nemmeno aver letto il testo? Insomma, davvero, voglio ringraziarvi tutti, i belli i brutti, i grandi i piccini, i geni e i cretini perché mi avete aperto un mondo su aspetti della mia personalità che ancora non cred(ev)o di possedere. Mi scende una lacrimuccia di riconoscenza, perfino. Aspettate: la raccolgo e la conservo che magari posso sempre rivenderla – io che adoro fare merce di me stessa, è il mio hobby preferito, figuriamoci se non metto all’asta anche questo. Grazie di avermi paragonata a svariati nostri amici animali, che già il vecchio Plinio descriveva con dovizia di particolari e fini caratteri psicologici (la clementia del leone, la fides dei cani, la gratitudine della pantera e via discorrendo). Come diceva Mark Twain: più conosco gli uomini più amo il mio cane (quotidiano). Ma davvero. Mica per scherzo. Mutatis mutandis: più mi disconoscono, più io mi amo. Più mi descrivono, più io vengo presa da un’irrefrenabile voglia di scrivere. Più (stra)parlano di me, più io mi sento cullata come da una ninnananna. Più mi augurano male, più mi sento bene. Mi guardo allo specchio e vedo proprio un musetto di salute. È strano. Devo essere un po’ masochista, oltre che baldracca. Però pur sempre d’altoborgo (sic) – come ha scritto un mio penfriend, dimostrando una netta discriminazione nei confronti dei borghi bassi e collinari. Insomma: di nuovo tante cose. Grazie malagrazie e disgrazie un po’ a tutti quanti.

Lettera di Silvia Valerio (autrice del libro «C’era una volta un presidente») al Corriere Veneto

quinta-feira, 18 de fevereiro de 2010

sábado, 13 de fevereiro de 2010

terça-feira, 2 de fevereiro de 2010

quinta-feira, 28 de janeiro de 2010

segunda-feira, 25 de janeiro de 2010

Nicolàs Gòmez Dàvila Pensieri Antimoderni



Nicolàs Gòmez Dàvila Pensieri Antimoderni

"L'aforisma di Gómez Dàvila, approfondimento delle invettive e dei canti nietzscheani, prolungamento degli inni e delle laudi dei soli al cospetto del divino, eredità di una inesausta, arcaica e tenace, arcana e trasfigurante, trasfigurata tradizione di cerca del valore, del suo significato e della sua realtà è un non plus ultra che tacita le altre voci. Oltre, può andare solo il soldato con il suo bagaglio letale, il monaco che leva la fronte verso il cielo; o stare, forse, l'amplesso di due 'anime che si esprimono nella carne', un contadino sere­namente curvo sul germoglio di patate. Un uomo, una cosa, un silenzio spasmodico, universale. Ma non la parola, che Gómez Dàvila ha già costretto alla più acuta e grave sobrietà e al tremito più fino e al sacrificio nel comunicare, nel comunicarsi. Non l'intelligenza, che potrà solo canticchiare ancora tra sé la melodia del senso e del dissenso ascoltata in queste pagine. Non lo sguardo, che vedrà solo analogie con quanto già qui appreso, e lancinanti conferme. Non lo sprezzo, che raramente fu così alto."


''Così la curatrice, Anna K. Valerio, traduce le proprie impressioni di lettura e sintetizza il significato dell'eresia daviliana nella storia del pensiero e della scrittura. Storia interrotta, incantata, dallo stile dell' hidalgo sapiente nato a Bogotà, come la crestomazia raccolta in questo volume saprà testimoniare.''

http://www.edizionidiar.com/

sexta-feira, 22 de janeiro de 2010

quarta-feira, 20 de janeiro de 2010



segunda-feira, 18 de janeiro de 2010

domingo, 17 de janeiro de 2010

O simbolo da águia !


' El Simbolo del Aguila tiene un carácter eminentemente tradicional. Inspirándose en precisas analogías, entre los símbolismosy los mitos de todas las civilizaciones de tipo tradicional, es uno de los que mejor atestiguan una impronta invariable e inmutable fuera de las diferentes formulaciones de que fue objeto según las razas.

Precisemos a continuación que en la tradición aria, el simbolismo del Aguila siempre ha tenido un carácter olímpico y heroico. Tal es lo que vamos a intentar demostrar mediante referencias y aproximaciones.
El carácter olímpico del símbolos del Aguila está directamente relacionado con la consagración de este animal al dios olímpico por excelencia,

Zeus quién entre los ario-helenos (al igual que Júpiter entre los ario-romanos) es la representación de la divinidad de la luz y de la realeza, venerado con otro símbolo , el del rayo, elemento que no puede olvidarse pues, como veremos, este atributo complementará muy frecuentemente el simbolismo del Aguila.


Recordemos también que, según la antigua visión aria del mundo, el elemento olímpico se definía por su antítesis con el elemento titánico, telúrico y prometéico.
Además es con el rayo que Zeus, en el mito abate a los titanes.
Entre los Arios que vivían toda lucha como un reflejo de la lucha metafísica entre las potencias olímpicas y las fuerzas titánicas, considerándose como la milicia de los primeros, vemos el Aquila, el rayo como símbolos y enseñanzas cuyo profundo significado se olvida generalmente. Según la antigua visión aria de la vida, la inmortalidad es un privilegio: no significa simplemente supervivencia tras la muerte, sino participación heróica y real en el estado de conciencia que define a la divinidad olímpica.

Establezcamos alguna s correspondencias. La concepción de la inmortalidad se reencuentra en la antigua tradición egipcia.
Solo una parte de] ser humano está destinado a una existencia eterna y celeste en estado de gloria – BA – que está representada por un águila o halcón (en función de las condiciones ambientales, el halcón es aquí el sucedáneo del águila, el soporte más próximo ofrecido por el mundo físico para expresar la misma idea.

Es bajo la forma de halcón que, en el ritual contenido en el Libro de los muertos el alma transfigurada del muerto asusta a los dioses pronunciando estas soberbias palabras:

“Soy coronado como Halcón Divino a fin de que yo pueda penetrar en la Región de los Muertos y tomar posesión del dominio de Osiris…”

Esta herencia ultra-terrestre corresponde exactamente al elemento olímpico. En efecto, en el mito egipcio,
Osiris es una figura divina que, tras haber sufrido alteración y corrupción (muerte y descuartizamiento de Osiris), es resucitado por Horus.

El muerto, participando en la fuerza resurrectora de Horus, obtiene pues la inmortalidad que lleva Osiris y que provoca el “renacimiento” o la “recomposición”.
Es pues fácil constatar las múltiples correspondencias de las tradiciones y lossímbolos .

En el mito helénico, se comprende que seres como Ganímedes sean llevados por ”águilas” y conducidos al Olimpo. Es gracias a un águila que, en la antigua tradición persa, el rey, Kei-Kaus intenta, a la manera de Prometeo, subir al cielo.
En la tradición indo-aria, es el Aquila quien lleva a Indra la bebida mágica que lo volverá dueño de los dioses. la tradición clásica añade aquí un detalle sugestivo: para ella, aunque sea inexacto, el Aguila era el único animal que podía mirar el sol sin bajar los ojos. Esto aclara el papel del Aquila en algunas versiones de la leyenda de Prometeo.


Prometeo aparecía no como aquel que está realmente cualiticado para hacer suyo el fuego olímpico, sino como aquel que, permane ciendo con la naturaleza titánica, quiere usurpar yhacer no una cosa de los dioses sino de los hombres.
Como expiación, en estas versiones de la leyenda, Prometeo encadenado, tiene el hígado continuamente devrado por un Aquila. El Aquila, el animal sagrado del Dios Olímpico, asociado al rayo que abate a los titanes, se nos presenta como una representación equivalente al mismo fuego, este fuego del que
Prometeo deseaba apropiarse.
Se trata pues de una especie decastigo inmanente. Prometeo no tiene la naturaleza del Aguila que debe mirar “olímpicamente” a la tuz absoluta. Esta fuerza que quiere hacer suya se convierte en el principio de su tormento y de su castigo. Esto podría ayudarnos a comprender la tragedia interior de los diferentes representantes modernos de la doctrina del “superhombre” titánico. Obsesiona la romanidad y el ideal olímpico.


En este rito, el vuelo de un Aquila por encima de la pira funeraria simbolizaba el tránsito del alma del emperador muerto al estado de “Dios”. Recordemos los detalles de este rito que fue codificado sobre el modelo del ritual original celebrado a la muerte de Augusto.
El cuerpo del emperador difunto era depositado en un féretro recubierto de púrpura, llevado sobre una litera de oro y márfil, luego situado sobre la pira rodeada de sacerdotes que se levantaba en el Campo de Marte. Entonces tenía lugar la decursio.
Tras haber encendido la pira, un Aquila se elevaba entre las llamas y se pensaba que, en ese instante, el alma del muerto se elevaba simbólicamente hacia las regiones celestes, para ser acogido en el seno de los Olímpicos.
La decursio era una ceremonia de soldados, caballeros y jefes en torno a la pira imperial en la cual lanzaban las recompensas que hablan recibido por sus acciones.

Hay en este rito un significado profundo Arios y romanos creían que sus jefes posetan en si mismos la verdadera fuerza de la victoria, no en tanto que individuos sino como portadores de un elemento sobrenatural, olímpico, que les era atribuido.
Es por, esto que, en la ceremonia romana del triunfo, el general vencedor se atribuía los símbolos del dios olímpico, Jupiter,
y que era en su templo donde depositaba su corona de laurel, honrando as! al verdadero autor de la victoria, bien distinto de la partida simplemente humana. En el curso de la decursio, se producía una remissio del mismo orden: los soldados y los jefes restituían sus condecoraciones, pruebas de su valor y de su fuerza victoriosa, al emperador como a aquel que, en su potencialidad olímpica, en el momento de liberarse y de trascenderse sobre el plano divino, era el verdadero agente.


Esto nos lleva a examinar el segundo testimonio del espíritu olímpico de la romanidad, marcado también por el simbolismo del Aquila. Era tradicionalmente admítido que aquel sobre el cual se posaba un Aguila estaba predestinado por Zeus a un alto destino o a la realeza, signo de la legitimidad olímpica o de una u otra.

Pero era igualmente admitido por la tradición clásica y más especificamente aún por la tradicion romana, que el Aguila era un presagio de victoria, es decir, la idea que, a través de la victo ria de la “raza” aria y romana, son las fuerzas de la divinidad olímpica, del dios de la luz, quienes son victoriosas. La victoria de los hombres refleja la victoria de Zeus sobre las fuerzas anti-olímpicas y bárbaras, era pronosticada por la aparición del animal de Zeus, el Aguila.
Esto permite comprender bien en relación con el significado profundo de origen tradicional y sagrado y no como una alegoría cualquiera, el papel que tenía el Aguila en las enseñas romanas entre los signa y los vexilia de los orígenes. Ya en la época repu blicana, en Roma, el Aguila era la enseña de las legiones, se decía: “un Aquila por legión y ninguna legión sin Aguila”.

En general la enseña se componía de un Aquila con las alas desplegadas que mantenía un rayo entre las garras. Así se encuentra confirmado el dimbolismo olímpico: el signo de la fuerza de Júpiter se une con el animal que le es consagrado, pues es con el rayo que el dios combate y extermina a los titanes.
Detalle que merece ser subrayado, las enseñas de las tropas bárbaras no tenían Aquila: en los signa auxiliarum encontramos por el contrario animales sagrados o totémicos referidos a otras influencias, como el toro o el carnero.
No fue sino más tarde cuan do estos signos se infiltraron en la romanidad, asociándose al Aquila y dando lugar frecuentemente a un doble simbolismo: el segundo animal añadido al Aguila en las enseñas de una legión representaba su característica, mientras que el Aquila permanecía como símbolo general de Roma.

En la época imperial, la en seña militar se convirtió a menudo en el símbolo mismo del imperium.
Sabemos el papel que juega el Aquila en la historia sucesiva de los pueblos nórdicos y germánicos. Este símbolo parece haber abandonado por un largo periódo el suelo romano y transportado a las razas germánicas, hasta el punto de aparecer como un simbolismo genuinamente nórdico. Esto no es exacto. Se ha olvidado el origen del Aquila que figura aun hoy como emblema de Alemania, como lo fue también del Imperio Austríaco, último heredero del Sacro Imperio Romano Germánico.
El Aquila germánica es simplemente el águila romana.
Fue Carlomagno quien, en el año 800, en el instante de declarar la renovatio romani imperii recuperó el símbolo fundamental, el Aguila y lo declaró emblema de su Imperio.


Históricamente, es el águila romana quien se ha conservado hasta hoy como símbolo del Reich. Sin embargo esto no impide que desde un punto de vista más profundo, supra-histórico, pueda pensarse en algo más que en una simple importación.
En efecto, el Aguila figuraba ya en la mitología nórdica, como uno de los animales sagrados consagrados a Odin-Wotan y este animal fue añadido a las enseñas romanas de las legiones, incluso figuraba sobre las cimeras de los antiguos jefes germánicos. Puede pues concebirse que Carlomagno, tomando el Aquila como simbolo del Imperio resucitado,

tuvie ra presente a la Roma antigua y, simultáneamente de forma inconsciente, recuperaba también un símbolo de la antigua tradición ario-nórdica, conservado solo bajo la forma fragmentaria y crepuscular por diferen tes pueblos del período de las invasiones. Fuera como fuese, posteriormente el Aquila terminó por no tener más que un valor exclusivamente heráldico y se olvidó su significado originario y profundo.
Como muchos otros se convirtió en un símbolo que se sobreviviría y en consecuencia se convertirla en susceptible de servir de soporte a ideas y formas diferentes. Sería pues absurdo suponer la presencia “fonanbulesca” de concepciones como las que acabamos de recordar, por todas partes donde hoy se ven Aquilas sobre estandartes de emblemas europeos.



Para nosotros, herederos de la antigua romanidad, podría ser diferente, igual que para el pueblo, hoy a nuestro lado, que es el heredero del Sacro Imperio Germánico.
El conocimiento del significado original de simbolismo ario del Aquila, emblema resucitado de nuestros pueblos, podría incluso marcar el sentido más alto de nuestra lucha y relacionarse con esta tarea que repite en esto, en cierta medida, la aventura idéntica en la cual el antiguo pueblo ario, bajo el signo olímpico y evocador de la fuerza olimpica exterminadora de las entidades oscuras y titánicas, podría sentirse como la milicia de las fuerzas de lo alto, afirmar un derecho y una función superiores de potencia y orden.'

Julius Evola

sábado, 16 de janeiro de 2010

La Baronessa di Carini

Después de la decapitación del arte


Después de la decapitación del arte


"Una sospecha parece ir encontrando confirmación: poco a poco, pero de un modo inequívoco e irresistible, el arte de este siglo se ha ido convirtiendo en apropiación y comentario, de si mismo o de algo muy anterior. El imperativo de la novedad ha dado paso al de la referencia...; la tradición vuelve a convertirse así en una garantía, en un refugio, en un soporte y en una vía de conocimiento."


Diego Arenales Veganzones

quinta-feira, 14 de janeiro de 2010

Canticos celtiberos !!

''Todos os Deuses do Povo:

Olloi deiuoi deiuaskue
ansonas geneis
nos anesonti
uta klansonti!

-"Que Todos os Deuses assim como as Deusas
De nossa Gente
Nos protejam
E nos iluminem!"


A Candeberônio,
Deus da Luz e do Saber:

Io Kandeberonios
ueizom nos zizeti
ekue nertom boudimkue (ou 'boudiamkue').
Io Kandeberonios
nos klanseti
uta ansonam trebiam aneseti!

-"Que Candeberônio
Nos dê Sabedoria
Assim como Força e Vitória
Que Candeberônio
Nos ilumine
E proteja a Nossa Casa!"


Cântico a Cabar ( Kabaros ),

Deus Bode Lusitano, Senhor da Sabedoria e das Bruxas:

Io Kabaros britui me zizeti
ekue kailom ueizomkue
uta skota klanseti!

-"Que Kabaros me dê o Dom de Encantar
Assim como o Presságio e a Sabedoria
E ilumine as trevas!


Cântico a Crouga Magareaigo,

Deus ibérico lusitano da destruição e da Magia:

Io Krouga Magareaikos,
ansonas toutas deiuos,
ansonus namatus damnati!
Io Krouga Magareaikos
danum britui zizeti (dê o dom para encantar)
ekue kailom boudimkue!


Que Crouga Magareaigo

Deus de Nossa Tribo
Prenda/amarre nossos inimigos!
Que Crouga Magareaigo
Nos dê o Dom de Encantar
Assim como o Presságio e a Vitória!

Cântico para Badb ( Badimas ) Deusa da Guerra,
Senhora dos Corvos de Batalha:


Ia Katubodua Rigania Badiba
nertom ekue latum boudimkue
nos zizeti
uta ansonas trebias aneseti!

-"Que Badimas Rainha dos Corvos de Batalha
Nos dê Força assim como Vigor e Vitória
E proteja Nossa Casa!"

Cântico a Coventina,
Deusa Lusitana da Cura e da Saúde:

Ia Kouenteina akuas deiua
iakas nos zizeti
ekue nos iskanti!

"Que Coventina Deusa das Águas
Nos dê Cura
E nos lave/purifique!"



'Il fiocco è una promessa di felicità '


'Il fiocco è una promessa di felicità '







MASS INC

terça-feira, 12 de janeiro de 2010

segunda-feira, 11 de janeiro de 2010

Jardim do Éden


''Eis o Jardim do Éden, eis as vinhas, os lírios, os grãos de trigo das parábolas cristãs.
Eis o bosque das histórias de encantar com os seus lobos devoradores de homens, com as bruxas e os gigantes, mas também onde se encontra o bom caçador, os valados de rosas da Bela adormecida, em cuja sombra o tempo pára.
Eis as florestas germânicas e celtas, como o Bosque de Esmalte, no qual os heróis subjugam a morte, e, ainda o jardim das Oliveiras.''

Junger




sábado, 9 de janeiro de 2010

Andy JULIA - Breath.




Andy JULIA - Breath.

quinta-feira, 7 de janeiro de 2010

CUORE NERO

domingo, 3 de janeiro de 2010

Syberberg , Parsifal

Amor, Luxo e Capitalismo




''A supremacia do feminino é manifestamente o objectivo final das oligarquias que controlam e governam o Ocidente moderno. Para explicar o motivo de tanta solicitude face às instâncias feministas é muito útil a leitura de um clássico do pensamento económico: 'Amor, Luxo e Capitalismo' (Liebe, Luxus und Kapitalismus) de Werner Sombart.

Nesta obra de 1913 o grande economista alemão analisa os processos que transformaram uma economia baseada nas exigências reais à moderna sociedade de consumo fundada sobre os bens de luxo e coloca em destaque a transformação na relação entre os sexos que determinou o nascimento de novas estruturas sociais.

No final da Idade Média assiste-se a um extraordinário desenvolvimento da vida de corte. A primeira corte moderna que fez gala de luxo supérfluo foi a corte papal de Avignon. Os príncipes italianos do renascimento ampliaram estas tendências e nas suas cortes as senhoras tinham grande influência. Naturalmente, desde a Antiguidade que haviam existido figuras femininas com papéis reais ou de notável poder, mas a novidade era que nas cortes do renascimento havia cada vez mais espaço para as damas de companhia, amantes e prostitutas de alto nível.

Enquanto na Idade Média a riqueza era eminentemente representada pela propriedade térrea, no Renascimento começa a circular uma grande quantidade de dinheiro, também por causa do ouro e da prata provenientes das Américas. Multiplicam-se as aquisições de títulos nobiliárquicos e assiste-se ao ingresso na alta sociedade de elementos vindos da burguesia totalmente alheios ao estilo de vida da nobreza guerreira: a concepção mercantilista do mundo estende-se cada vez mais e contamina todos os estratos sociais. As cidades engrandecem desmesuradamente e começa a formar-se uma espécie de “proletariado” urbano do qual as forças da subversão se servirão habilidosamente nos séculos que virão. Por outro lado, a reforma protestante, como é sabido, dará um impulso decisivo ao capitalismo, removendo a desconfiança em relação à riqueza que havia caracterizado toda a reflexão económica medieval. O capitalismo nascente encontrava assim os seus aliados naturais em todas aquelas figuras que a Idade Média havia olhado com suspeição: os judeus, os heréticos, os infiéis, os estrangeiros…

O dinheiro, que para a Igreja medieval era o “esterco do demónio”, torna-se para os protestantes numa bênção de Deus.

Paralelamente à ascensão do protestantismo surge uma concepção descomprometida e puramente hedonista das relações entre os sexos, em que as uniões estáveis dão lugar a casais de amantes ocasionais em que o princípio de legitimidade se torna cada vez mais degradado. Na corte francesa do século XVIII assistir-se-á à institucionalização de uniões de facto como aquela célebre formada por Luís XV e Madame Pompadour. A própria Maria Antonieta, de resto, mostrar-se-á sempre pronta a ostentar o luxo mais desbragado, e o comportamento digno que terá nos momentos dramáticos da Revolução Francesa não justificará a vida indecorosa de uma nobreza que já estava completamente corrompida.

Os intelectuais do iluminismo exaltavam o estilo de vida dispendioso pela sua capacidade de movimentar os mercados, mesmo se estes iluministas filantropos fechavam os olhos ao comércio de escravos africanos que assumia naqueles anos proporções gigantescas (entre os negreiros tinham também um papel não secundário os capitalistas judeus e maçons…)

No curso do século XVIII assiste-se a uma produção anormal de bens de consumo que não têm justificação no seu uso efectivo: espelhos, porcelanas, flores artificiais…

Sombart pensa que as formas económicas variaram sobretudo em virtude destas grandes mutações psicológicas ocorridas no período examinado, enquanto os historiadores marxistas ou liberais, marcados por um rígido determinismo, pensam que tais mudanças foram o resultado inevitável de novas descobertas geográficas e da relativa expansão dos mercados. O resultado final destes processos está hoje, contudo, à vista de todos: o turbo-capitalismo globalizado que encontra nas reivindicações feministas o mais fiel aliado. A aniquilação da família natural, na realidade, produziu uma posterior expansão do consumo, que atinge agora níveis inverosímeis.

Amor, Luxo e Capitalismo, para além de ser um estudo histórico que sugere perspectivas originais de pesquisa, é um eficaz antídoto contra o pensamento único liberal e é particularmente recomendada a leitura deste clássico do anti-capitalismo militante na época que levou a consequências extremas a lógica da especulação financeira.''


Michelle Fabbri

sábado, 2 de janeiro de 2010

terça-feira, 29 de dezembro de 2009

We've Got That Atitude : P, M. A. !!!



'LOVE The Smell of the Napalm in the Morning!!'






'Same day this war is gone END '



Bronzes de Máquiz

Bronzes que faziam parte de um conjunto pertencente a um carro ibérico encontrado em Máquiz.

O carro era um simbolo de poder aristocrático da época. Junto estavam alguns outros objectos como uma pedra gravada , fivelas de marfim, espelhos e ainda algumas armas de guerreiro....

domingo, 27 de dezembro de 2009

''Prometeu acorrentado''

'' ... PROMETEU

Ai de mim! Doloroso será, para mim, vo-lo contar, mas não menos doloroso silenciar; tudo agrava a minha angústia. O ódio acabara de romper entre os deuses em dissídio. Uns queriam, expulsando Saturno, dar o cetro a Júpiter; outros, ao contrário, esforçavam-se por afastá-lo do trono. Em vão procurei dar os mais prudentes conselhos aos filhos do Céu e da Terra, os Titãs; sua audácia desprezava todo o artifício, toda a habilidade; eles supunham triunfar sem esforço graças a seu próprio poder.

Quanto a mim, Têmis, minha mãe, e a própria Terra, adorada sob tantos nomes diversos, me tinham profetizado que, no combate prestes a travar-se, a força e a violência de nada valeriam; o ardil, tão somente, decidiria da vitória. Quando lhes anunciei este oráculo, mal consentiram em ouvir-me! Em tal emergência, pareceu-me prudente, acompanhando minha mãe, adotar o partido de Júpiter, que insistia comigo para que o apoiasse. Graças a mim, e a meus conselhos, foi-lhe possível precipitar nos negros, e profundos abismos do Tártaro, o venerando Saturno e todos os seus defensores. Após tamanho serviço, eis o prêmio ignóbil com que me recompensou o tirano do céu! Tal é a prática freqüente da tirania: a ingratidão para com seus amigos... Mas o que tanto quereis saber: a causa do meu suplício, eu vou dizer agora.

Logo que se instalou no trono de seu pai, distribuindo por todos os deuses honras e recompensas, ele tratou de fortificar seu império. Quanto aos mortais, porém, não só lhes recusou qualquer de seus dons, mas pensou em aniquilá-los, criando em seu lugar uma raça nova. Ninguém se opôs a tal projeto, exceto eu. Eu, tão somente, impedi que, destruídos pelo raio, eles fossem povoar o Hades. Eis a causa dos rigores que me oprimem, deste suplício doloroso, cuja simples vista causa pavor. Porque me apiedei dos mortais, ninguém tem pena de mim! No entanto, tratado sem piedade eu sirvo de eterna censura à prepotência de Júpiter.

O CORO

Que coração de granito, ou de ferro, deixará de partilhar de teu sofrimento, ó Prometeu? Nós, que o vimos, temos o coração transpassado pela dor.

PROMETEU

Sem dúvida, meus amigos se condoerão de mim.

O CORO

Mas... nada mais fizeste, além disso?

PROMETEU

Graças a mim, os homens não mais desejam a morte.

O CORO

Que remédio lhes deste contra o desespero?

PROMETEU

Dei-lhes uma esperança infinita no futuro.

O CORO

Oh! que dom valioso fizeste aos mortais!

PROMETEU

Além disso, consegui que eles participem do fogo celeste.

O CORO

O fogo?!... Então os mortais já possuem esse tesouro?

PROMETEU

Sim; e desse mestre aprenderão muitas ciências e artes.

O CORO

E por isso é que Júpiter te castiga tão cruelmente? Não terás, por acaso, um repouso sequer? Virá, um dia, o termo de teus males?

PROMETEU

Nenhum fim, senão o que ele quiser.

O CORO

E acaso quererá ele, um dia? Não sentes o teu crime? Censurá-lo, porém, não nos causa prazer, e agrava tuas dores. Silenciemos, pois, e trata de te libertar.''


''Prometeu acorrentado'' - Ésquilo

sexta-feira, 25 de dezembro de 2009